CHI SIAMO
Siamo un gruppo di persone colpite dal dramma dell’abuso sessuale da parte di sacerdoti.
PERCHE’ LA COLPA
Si vorrebbero promuovere occasioni di incontro , di collegamento, di auto aiuto fra chi come noi è stato vittima della pedofilia clericale.
La Colpa
L’eccidio della pedofilia clericale in Italia noi lo chiamiamo “ la Colpa “.
Non è una devastazione del corpo. Ma della psiche e dei sentimenti .
Forse è l’unico crimine dove le vittime si sentono carnefici di sé stesse.
I bambini abusati sono convinti di essere brutti e cattivi. Si credono i colpevoli del male subito.
Le ferite e i traumi ti accompagnano per tutta la vita e si trascinano mille disturbi.
Lui lo stimavi, noi lo stimavamo, tutti lo stimavano.
Ti ha confuso, ci ha confuso.
L’abuso del sacerdote ti carica della colpa verso di lui, verso la comunità, verso Dio:
è un macigno.
Anche la famiglia si sente in colpa per non aver protetto, per non aver distinto.
E’ difficile trasferire sul collo del vero colpevole la macina che ti senti addosso.
La strage nascosta
Le carneficine della storia sono in maggioranza dimenticate. Sepolte con le vittime. I testimoni ignorati.
Il riconoscimento di una strage ha bisogno di alcune condizioni:
la memoria delle vittime ( o delle persone loro vicine ), il pentimento dei carnefici, il contesto sociale, le sentenze.
Sono elementi che si intrecciano, in una continua catena di causa e di effetto.
Le vittime
La maggioranza delle vittime si porta il peso degli avvenimenti nel cuore e nei comportamenti, per tanti anni .
Non ne parla, con nessuno. A volte è il corpo che parla e le persone più prossime si domandano i perché.
Pochi vogliono ricordare a sé stessi e agli altri. Spesso sono solo confidenze
Alcuni si sono esposti. Hanno affrontato l’ostracismo. Magari sono diventati mangiapreti.
Per chi è ancora bambino la strada è ancora più in salita. Lui ti ha detto che se avessi parlato sarebbe successo qualcosa di brutto, che i tuoi genitori sarebbero morti.
Se trovi la forza di dire qualcosa, il papà e la mamma faticano a pensare che l’amico prete sia un cattivo.
E se la famiglia crede, subito ne parla con il prete abusatore o con i suoi colleghi e superiori.
Allora comincia l’isolamento. Alla famiglia si addebitano ansia protettiva, interessi economici, invidia, rancore contro la chiesa .
Se poi inizia l’iter giudiziario i colpevoli diventano quelli che hanno denunciato ele tracce fisiche e psichiche del trauma vengono ricondotte alle dinamiche familiari.
I carnefici
Loro, i pedofili, sono sempre con la testa in azione per creare trappole, inganni.
Con i loro mezzi e i loro ruoli segnano e difendono il territorio.
Per chi ha la spregiudicatezza di compiere una grave violenza sui bambini non è difficile nascondere con la menzogna e l’ipocrisia la propria responsabilità nell’atto delittuoso.
Gli altri preti e i superiori a volte intuiscono o vengono allertati, ma i leoni predatori si trasformano in agnelli, sembrano le vittime; spesso sono preti impegnati .
Nessuno li mette con le spalle al muro chiedendo conto.
Il buio della chiesa e del contesto sociale ottenebra anche la coscienza dei carnefici e dei loro complici.
Anche l’assoluzione in confessione costruisce l’alibi.
La chiesa e la società
Le gerarchie della Chiesa in parte non sanno o non sono attente al lato oscuro.
In molti casi però conoscono i vizi , chi ne è accusato e chi li pratica.
Ma il figlio è da proteggere: magari è solo un episodio, qualcuno ha frainteso.
Il sesso è una dimensione strana, troppo brutto o troppo bello per essere vissuto.
Allora è meglio nascondere, minimizzare, spostare.
Comunque mai ascoltare le vittime. Meglio sentire l’interessato e i confratelli.
L’operosità, l’integrità, il prestigio dell’ istituzione ecclesiastica non possono essere messi in discussione.
Il paese o la città non riescono ad immaginare che il bene si mescoli con il male.
Chi ha subito non è creduto, è isolato, è accusato, è diffamato.
I pochi che si giocano a favore delle vittime pagano di persona.
Molti sanno, ma si ritraggono per menefreghismo, convenienza o paura.
La catena delle falsità si allarga.
E prosegue il gioco fra il reato e il peccato, fra il nascosto e lo svelato, fra la falsa misericordia e la giustizia.
Le sentenze
Perlopiù è l’adulto che parla delle violenze subite da bambino.
Vorresti fermare il prete pedofilo che adesso è ancora lì, accanto ai bambini.
Ma non c’è spazio per la legge, tutto prescritto.
Per chi denuncia l’abuso, vittime o familiari, il percorso giudiziario è lungo e controverso, soggetto a ragioni di opportunità, imprevedibile nelle sue sempre provvisorie conclusioni.
La responsabilità civile dell’istituzione non si riesce a dimostrare. Per la chiesa il sacerdote è più di un figlio in casa, ma oltre la porta dichiara che è un estraneo.
I procedimenti canonici non partono mai. Pochissime segnalazioni dalle curie diocesane. Per quelle poche c’è sempre un motivo per non continuare: il prete è anziano o malato, non si è concluso l’iter della giustizia ordinaria, alcuni elementi non sono chiari.
Pochissime sentenze o provvedimenti, e tutto molto morbido.
La memoria condivisa
Alcune vittime hanno provato a raccontarsi. A condividere i trami dell’abuso.
Le difficoltà del recupero psicologico. Le traversie legali. Il muro o il sonno delle gerarchie.
E si sono sentite meno sole, più forti. Come un muto che inizia a parlare cantando in coro.
Ecco perché alcuni amici hanno deciso di promuovere un incontro fra coloro che sono stati colpiti dalla pedofilia clericale.
Ritrovare negli occhi e nelle parole dell’altro la forza per affrontare la colpa e trasferire sul collo dei veri colpevoli la macina che ci si sente addosso.





